Nove falsi miti sul sesso anale

Il sesso anale è definito come l’insieme di tutte le pratiche sessuali che coinvolgono l’area ano-rettale e perineale adiacente all’ano. 

Nonostante oggi sia una forma di sessualità più sdoganata rispetto al passato, è però ancora pervasa da una serie di falsi miti e fraintendimenti. Alla base di questi fenomeni vi è senza dubbio una mancanza di dati a livello della letteratura internazionale, che tende a non considerare o addirittura stigmatizzare tale tipologia di rapporto sessuale. Basti pensare che i disturbi e le problematiche del sesso anale non sono stati sistematizzati dalla comunità scientifica e non sono stati ancora inseriti in alcun manuale diagnostico, lasciando molte persone prive di professionistз espertз su queste tematiche. 

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Di contro, la maggior parte delle informazioni sul rapporto tra piacere anale e salute ano-rettale sono oggi trasmesse da media, siti web e libri di espertз attraverso articoli non basati su alcuna evidenza scientifica, ma su indicazioni aneddotiche o sul senso comune. È necessario quindi liberare il sesso anale dai falsi miti, per permettere a tuttз coloro che desiderano provarlo di avere una visione più obiettiva di questa pratica.

#1 «Il sesso anale è una moda recente!» 

Hadrian and Antinous in Egypt. Plate VII from “De Figuris Veneris”

La storia del sesso anale è una storia che va oltre l’ultimo secolo. Nonostante l’attenzione dei media e della stessa comunità scientifica rispetto alle pratiche di sesso anale sia andata aumentando negli ultimi decenni come conseguenza della rivoluzione sessuale, il sesso anale esiste da sempre ed è stato riportato dagli antropologi in un ampio numero di culture. Sebbene al grande pubblico siano state presentate opere artistiche del sesso anale “omosessuale” (come, ad esempio, le raffigurazioni sulle terrecotte greche, le satire di Marziale o le stampe shuga giapponesi), in realtà questa pratica è stata testimoniata anche in coppie eterosessuali fin dagli albori, come dimostrano i vasi erotici della cultura pre-moderna Moche del Perù.

#2 «Il sesso anale è solo per i gay!»

Culturalmente e storicamente il sesso anale è sempre stato associato alla comunità omosessuale maschile. Da diversi studi emerge che i rapporti anali sono estremamente diffusi nella popolazione generale in tutto il mondo, indipendentemente da età, identità di genere od orientamento sessuale. Il 30-40% degli uomini e delle donne che si riconoscono come cisgender ed eterosessuale riferisce di aver avuto almeno un rapporto anale nella vita, con una prevalenza che sale al 71-96% negli uomini cisgender gay e nelle persone transgender. Mancano ancora studi specifici della reale prevalenza di questa pratica nella popolazione lesbica, sebbene sia frequentemente riportata dalle donne che si rivolgono allз sessuologз clinicз.

#3 «Il sesso anale è un tipo di sesso penetrativo!»

La penetrazione non è un elemento indispensabile per il sesso anale.

Secondo una definizione ampia fornita da Jack Morin, il sesso anale comprende qualsiasi pratica sessuale (penetrativa o meno) che coinvolge la zona ano-rettale e il perineo adiacente, tra cui rientrano:

  • Sesso anale penetrativo con fallo, cioè con qualsiasi organo od oggetto volto alla penetrazione (es. pene, protesi, sex toys come nel pegging);
  • Fingering ano-perianale, cioè la stimolazione della regione anale e del perineo attraverso le dita;
  • Rimming o anilingus, cioè il sesso orale eseguito a livello perianale e anale;
  • Fisting anale/handballing, cioè il sesso penetrativo anale con una o due mani;
  • Sessualità anale atipica, che comprende tutte quelle attività sessuali anali meno diffuse nella popolazione generale (es. zoofilia anale, clismafilia).

#4 «Il sesso anale è doloroso!»

Dagli studi clinici emerge che fino a 1/3 delle persone che fanno sesso anale prova un dolore moderato-intenso durante la penetrazione

Purtroppo si sa ancora troppo poco sulle sindromi dolorose pelvico-anali, che comprendono due condizioni spesso compresenti tra loro:

  • Anismo: contrazione antalgica ano-rettale, con impossibilità al rilasciamento dei muscoli striati anali e del pavimento pelvico posteriore, che può compromettere il piacere anale e la defecazione;
  • Anodispareunia: dolore alla penetrazione anale associato spesso all’ansia anticipatoria del dolore.

Un’adeguata preparazione anale, comprensiva di pulizia, rilassamento tattile e psichico e utilizzo di lubrificanti per questa zona priva di idratazione naturale  – a differenza della vagina e della vulva –  ma anche una penetrazione controllata e rispettosa riducono l’esperienza dolorosa, permettendo alla persona di provare la sensazione di piacere anale. Lo stato psicologico della persona (in particolare l’ansia prestazionale) incide notevolmente sulla percezione dolorifica che può avere della penetrazione, come anche la presenza di patologie ano-rettali pregresse, come emorroidi e ragadi. In quei casi in cui il dolore persiste, nonostante le comuni accortezze, è sempre importante fermarsi e rivolgersi a unə professionista. Non è normale provare dolore, in nessuna condizione ed è diritto della persona poter accedere a terapie per limitarlo.

#5 «Il piacere anale è dovuto alla stimolazione della prostata!»

La sensazione di piacere e il raggiungimento dell’orgasmo nel sesso anale non dipendono solo dalla stimolazione prostatica, come dimostrano le testimonianze di persone prive di prostata per costituzione anatomica o per interventi chirurgici.Il piacere anale è infatti determinato da una serie di stimolazioni dirette o indirette di zone anatomiche fortemente innervate, tra cui rientrano la prostata, il clitoride e la zona clitorido-uretro-vaginale (CUV) e le fibre nervose della parete anale e del pavimento pelvico, derivate dal nervo pudendo.

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#6 «Il sesso anale è sporco ed è richiesta una pulizia intensa!»

L’ano costituisce la parte terminale del canale digerente e tra le sue funzioni ha l’eliminazione dei prodotti di scarto ingeriti attraverso la defecazione. Ciò potrebbe rendere possibile che l’oggetto della penetrazione (pene, toys, mano) possa sporcarsi con residui fecali durante il sesso anale e ciò può generare estremo imbarazzo nellə partner ano-insertivə – impropriamente dettə “passivə” – fino a inibire il desiderio di riprovare questa pratica. Una corretta preparazione anale con lavaggi anali, massaggio ano-perianale pre-penetrativo e una dieta ricca di fibre e povera di grassi può abbattere notevolmente questo rischio, ma non lo azzera del tutto. È quindi importante fare i conti con la possibilità di sporcare lə partner e che ciò è assolutamente normale e umano e non deve portarci a utilizzare pratiche di pulizia intensa che possono anche essere controproducenti o dannose per la salute rettale. L’importante è avere rispetto per se stessз, per il proprio corpo e per lə partner, facendo ricorso a un’igiene intima non eccessiva.

#7 «Il sesso anale fa venire emorroidi e ragadi!»

Questa credenza è sostenuta da diversi blog e siti anche di stampo medico, ma non è stato dimostrato da alcun articolo scientifico che il sesso anale sia un fattore di rischio o addirittura una causa per la patologia, come patologia emorroidaria o le ragadi anali. Appare infatti improbabile che un rapporto anale, con una corretta preparazione, un adeguato rilassamento anale e pelvico e un rispetto dellə partner ano-ricettivə, possa determinare queste patologie. È però vero che il sesso anale può peggiorare la presentazione clinica di una patologia emorroidaria o di una ragade già presenti, rendendo il rapporto anale più doloroso e aumentando il rischio di dolore e sanguinamento, motivo per cui sarebbe indicato astenersi dal rapporto recettivo almeno fino alla guarigione di queste condizioni.

#8 «Il sesso anale fa venire prolassi rettali e incontinenza fecale!»

Anche questa credenza viene spesso sostenuta da blog e siti scientifici, ma, sebbene la necessità di un numero più ampio di studi sull’argomento, sembra che l’evenienza di un prolasso rettale – cioè la discesa delle pareti rettali verso il basso, con ostruzione alla defecazione – sia estremamente poco comune in un rapporto anale consensuale con un fallo di dimensioni medie e con una corretta preparazione anale. Per quanto riguarda l’incontinenza rettalecioè la perdita della funzione di continenza da parte dello sfintere anale –  solo uno studio del 2016 ha evidenziato una maggiore incidenza di questa patologia rettale in persone che fanno abitualmente sesso anale, Diverso è il caso di alcune pratiche anali meno convenzionali (es. fisting, utilizzo di corpi estranei rettali, zoofilia anale, rosebudding) in cui dilatazioni eccessive e continue del complesso ano-rettale possono favorire la discesa delle pareti anali e/o una perdita di funzionalità sfinterica nel corso del tempo, soprattutto se non eseguite con una corretta preparazione e da persone esperte. Anche in questi casi è comunque necessario che la comunità scientifica accumuli ulteriori dati in merito, dato che queste pratiche tendono ad arrivare all’attenzione clinica solo in caso di conseguenze spiacevoli.

#9 «Il sesso anale fa venire il tumore anale!»

Diversi studi hanno mostrato un legame tra sesso anale ricettivo e sviluppo di cancro anale in entrambi i generi, con una correlazione positiva tra frequenza di rapporti anali e rischio tumorale. Secondo diversз autorз, il sesso anale può predisporre al cancro anale attraverso la trasmissione di Papillomavirus (HPV) ad alto rischio tumorigenetico, che possono essere trovati nell’83-95% di queste neoplasie. A prova di ciò, il vaccino quadrivalente anti-HPV ha mostrato un alto tasso di efficacia nella prevenzione della neoplasia anale. Detto questo, la comunità scientifica dovrebbe considerare il rapporto anale come un fattore confondente e non come un fattore causale diretto del cancro anale, perché il vero elemento patogeno è l’infezione da HPV ad alto rischio e non il rapporto stesso. È importante sottolineare quindi che il rapporto anale non deve essere considerato un fattore di rischio per il cancro anale di per sé, ma solo se praticato senza metodi di protezione  – il cosidetto barebacking –  da parte di portatorə di infezione da HPV. Bisogna perciò battersi per la diffusione dell’utilizzo di metodi di protezione nel sesso anale e un accesso più semplice al vaccino per tuttз, di modo da liberare la sessualità anale da questo falso mito.

È importante vedere il  sesso anale con uno sguardo nuovo e obiettivo, basato su evidenze scientifiche, con l’obiettivo di permettere a tutte le persone incuriosite di approcciarsi a questa forma di sessualità senza pregiudizi e con la giusta consapevolezza 

Il sesso anale, per sua natura, supera genitalità e sesso biologico, genere, orientamento sessuale e romantico, relazionalità. Ci sembra giusto che superi anche tutti i falsi miti che si porta con sé. 

Bibliografia:

  • Leichliter, J.S., Chandra, A., Liddon, N., Fenton K.A., & Aral S.O. (2007). Prevalence and correlates of heterosexual anal and oral sex in adolescents and adults in the United States. Journal of Infectious Diseases, 196:1852–9. https://doi.org/10.1086/522867.
  • Wronski, K. (2012). Etiology of thrombosed external hemorrhoids. Postępy Higieny i Medycyny Doświadczalnej, n. 66:41–4.
  • Broholm, M., Møller, H., & Gögenur, I. (2015) Seksuel dysfunktion er hyppig hos patienter med analfistler og analfissurer. Ugeskr Laeger, n. 177:2–4.
  • Palefsky, J.M., Giuliano, A.R., Goldstone, S., Moreira, E.D., Aranda, C., & Jessen, H. (2011). HPV Vaccine against Anal HPV Infection and Anal Intraepithelial Neoplasia. New England Journal of Medicine, n. 365:1576–85. https://doi.org/10.1056/nejmoa1010971.
  • Markland, A.D., Dunivan, G.C., Vaughan, C.P., & Rogers, R.G. (2017). 2009 – 2010 National Health and Nutrition Examination Survey. The American Journal of Gastroenterology, n. 111(2):269-74. 

Per approfondire:

L’orologio biologico: un mito da sfatare

Ancora oggi tantissime donne quando immaginano il proprio futuro, fin da bambinЗ, contemplano la genitorialità come aspetto – e talvolta obiettivo – centrale nella propria vita. 

Anche se negli ultimi anni il desiderio di genitorialità ha lasciato spazio ad altri aspetti della vita, quali ad esempio lo studio, la carriera, la soddisfazione personale ecc., moltissime donne sentono ancora la pressione di «riuscire a sistemarsi e a fare un figlio entro i 35 anni». 

Questa preoccupazione spesso sottende una credenza che prende il nome di “orologio biologico”.

Esattamente l’orologio biologico che cos’è?

Comunemente con “orologio biologico” ci si riferisce al fatto che la fertilità femminile non è perenne e che, ad un certo punto, la possibilità di avere unǝ figliǝ si riduce notevolmente. 

Dal punto di vista biologico, in effetti, la fertilità declina con il passare del tempo  – oltre una certa età – è molto più difficile riuscire a concepire unǝ figliǝ.

La questione dell’orologio biologico – come comunemente inteso a livello culturale – però è più complessa rispetto al mero piano biologico e sottende degli importanti elementi di pregiudizio e discriminazione.

Moira Weigel, nel suo libro “Labor of Love: the invention of dating”, analizza il concetto di orologio biologico partendo dalla sua origine. 

Originariamente questo termine si utilizzava in ambito scientifico e si riferiva ai ritmi circadiani di sonno veglia. Esso è stato estrapolato dall’ambito scientifico ed è stato associato per la prima volta al tema della fertilità femminile solo nel 1978, in un articolo del Washington Post scritto da un opinionista, Richard Cohen.

Questa definizione di orologio biologico – ovvero il fatto che la fertilità femminile ha una data di scadenza a breve termine – si è diffusa velocemente nell’opinione pubblica, radicandosi nella nostra cultura. 

Ancora oggi, infatti, la fertilità delle persone socializzate femmine viene accostata all’orologio biologico e a essa sono associate diverse credenze, spesso errate. 

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A tal proposito la psicologa Jean M. Twenge, in un articolo del 2013, ha mostrato che queste statistiche derivano da uno studio del 2004 che si basa su dati riguardanti le nascite in Francia raccolti tra il 1670 e il 1830, dunque non rappresentativi rispetto alla possibilità di essere fertili o meno nel contesto sociale attuale. Secondo Twenge questo è uno degli esempi più spettacolari di come i media possano fallire nell’interpretare e riportare i dati delle ricerche scientifiche.
«In altre parole, a milioni di donne viene detto quando dovrebbero rimanere incinta basandosi su statistiche di un periodo precedente a elettricità, antibiotici e trattamenti per la fertilità» (Twenge)

Con questo articolo non si vuole mettere in discussione l’incidenza dell’età sulle possibilità riproduttive, si riconosce infatti che vi sono ampie evidenze scientifiche a supporto della correlazione tra aumento di età e declino di fertilità.

Ciò che risulta interessante però è che a fronte di un’equa incidenza di infertilità e una simile diminuzione di fertilità di tutti i generi in relazione all’età, il concetto di orologio biologico sia associato solo al genere femminile, senza prendere in esame la condizione maschile.
A tal proposito si riporta quanto scritto da Moira Weigel in un suo articolo sul The Guardian:«la storia dell’orologio biologico è una storia riguardante scienza e sessismo». Secondo l’autrice è infatti evidente come le assunzioni riguardanti il genere possano strumentalizzare la divulgazione delle ricerche scientifiche per servire fini sessisti.

Come mai il declino della fertilità, a livello culturale, è solo una questione femminile?

Nel sopracitato articolo di Cohen pubblicato nel 1978 sul Washington Post emerge un tono critico riguardo l’emancipazione lavorativa femminile. In effetti il periodo in cui l’articolo di Cohen è stato scritto,, è proprio la fine degli anni ’70, momento in cui la presenza femminile nel mercato del lavoro statunitense è fortemente in crescita e la nuova definizione di orologio biologico ha cominciato a diffondersi e a fissarsi nella nostra cultura. 

Per comprendere la diffusione del concetto di “orologio biologico” legato alla fertilità femminile è importante sottolineare che l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro degli anni ‘70 ha messo in discussione l’ordine sociale in quanto ha inciso direttamente sulle rappresentazioni e le prescrizioni di genere.  Secondo tale “ordine sociale”, le donne infatti si dovrebbero occupare solamente della vita privata, della casa e della famiglia, lasciando agli uomini le relazioni con il mondo esterno e il compito di procacciare le risorse per il sostentamento della famiglia (Rudman e Glick, 2010). 

Il concetto dell’orologio biologico permette di contrastare la crisi dei ruoli sociali tradizionali rinforzando una specifica pressione sociale sulle donne nei confronti del presunto desiderio istintivo di maternità, alimentando in esse il timore che potrebbero in futuro pentirsi di non aver avuto figlЗ e il senso di colpa per aver preferito la carriera alla maternità. 

Sostanzialmente l’orologio biologico diventa un’arma per contrastare gli effetti dell’emancipazione femminile.

Potremmo interpretare questi eventi come un esempio di backlash (Rudman, 1998), ovvero una forte reazione della società ai tentativi di emancipazione femminile per ristabilire lo status quo. In altre parole la società spinge verso una maggiore prescrittività del ruolo tradizionale femminile, secondo cui le donne sono fatte per essere madri e non lavoratrici, contrastando i tentativi di raggiungere l’eguaglianza di genere.

«Ci sono cose di cui noi uomini non dovremo mai preoccuparci. Come il ticchettare dell’orologio biologico. […] Qui è dove finisce la liberazione femminile» (Cohen)

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Come si evince dalla citazione riportata, nel suo articolo, Cohen non perde occasione per evidenziare il fatto che il discorso riguardante la fertilità sia un problema esclusivamente femminile: sono le donne a doversi preoccupare della propria fertilità e a dover progettare la propria vita, privata e lavorativa, in base alla volontà di diventare madri. Successivamente, una volta divenute madri, la maggior parte del lavoro di cura sarà a carico loro (Belotti, 1973).

Pensare che il tema della genitorialità riguardi solo ed esclusivamente le donne e non sia in alcun modo dipendente dalla volontà maschile è profondamente negativo per tutti i generi

Questo tipo di narrativa, infatti, continua a rinforzare gli stereotipi alla base del sessismo e delle differenze di genere. Le donne sono “communal” , ovvero hanno l’obiettivo di entrare in relazione con le altre persone, quindi spetterà loro il compito di occuparsi della prole; gli uomini , invece, sono “agentic”, ovvero sono focalizzati al raggiungimento dei proprio obiettivi personali e alla soddisfazione dei propri bisogni, quindi si occuperanno di lavorare e procacciare le risorse (Bakan, 1966; Fiske, Cuddy e Glick, 2007).

Gli stereotipi e le prescrizioni sociali tradizionali di genere riducono le possibilità di immaginarsi e di diventare ciò che si desidera, perseguendo i propri obiettivi. 

Ad esempio, secondo i ruoli tradizionali, alle donne non è concesso di essere competenti, competitive e assertive e agli uomini non è concesso di essere affettuosi, sensibili e poco ambiziosi. Tali stereotipi non impattano unicamente sul genere femminile e quello maschile, ma anche sulle persone non binarie che vengono invisibilizzate, invalidate e discriminate. 

In una società sessista si continuerà a considerare con sospetto un uomo che afferma la propria volontà di lasciare il lavoro per rimanere a casa ad occuparsi dellЗ propriЗ bambinЗ e si continuerà a giudicare negativamente una donna che decide di ricorrere alla sterilizzazione perché ama il proprio lavoro ed è certa che di bambinЗ non ne vorrà mai.

Sicuramente è da considerare il fatto che l’articolo di Cohen risale al 1978. Oggi molti uomini ricoprono ruoli di cura genitoriale e/o domestica e molte donne lavorano. Nonostante questo siamo molto lontanЗ dal raggiungimento della parità di genere, basti pensare alle differenze nei congedi genitoriali (10 giorni per paternità e 5 mesi per maternità) o al gender gap in ambito lavorativo (differenze salariali e tasso di disoccupazione). 

Inoltre, le pressioni sociali e i pregiudizi sessisti continuano a impattare negativamente sulle persone di ogni genere, ogni qualvolta esse decidano di distanziarsi dai ruoli tradizionali.

Letture consigliate

  • Volpato, C. (2013). Psicosociologia del maschilismo. Gius. Laterza & Figli Spa.
  • Rudman, L. A., & Glick, P. (2021). The social psychology of gender: How power and intimacy shape gender relations. Guilford Publications.
  • Belotti, E. G. (1973). Dalla parte delle bambine. Feltrinelli.

Bibliografia

  • Bakan, D. (1966). The duality of human existence: an assay on psychology and religion. Rand MacNally.
  • Belotti, E. G. (1973). Dalla parte delle bambine. Feltrinelli.
  • Cohen, R. (1978). The Clock Is Ticking For the Career Woman. The Washington Post https://www.washingtonpost.com/archive/local/1978/03/16/the-clock-is-ticking-for-the-career-woman/bd566aa8-fd7d-43da-9be9-ad025759d0a4/?utm_term=.54e1781a98d7
  • Fiske, S. T., Cuddy, A. J., & Glick, P. (2007). Universal dimensions of social cognition: Warmth and competence. Trends in cognitive sciences, Vol. 11, No. 2, 77-83.
  • Momigliano, A. (2016). L’amore ai tempi dell’orologio biologico. Rivista Studio http://www.rivistastudio.com/standard/orologio-biologico/
  • Rudman, L. A. (1998). Self-promotion as a risk factor for women: The costs and benefits of couter-stereotypical impression management. Journal of Personality and Social Psychology, 74, 629–645.
  • Rudman, L. A., & Glick, P. (2010). The social psychology of gender: How power and intimacy shape gender relations. Guilford Press
  • Twenge, J. M. (2013). How long can you wait to have a baby? The Atlantic. https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2013/07/how-long-can-you-wait-to-have-a-baby/309374/
  • Weigel, M. (2016). The foul reign of the biological clock. The Guardian https://www.theguardian.com/society/2016/may/10/foul-reign-of-the-biological-clock

Asterisco supporta il Pride di Cremona e il suo impegno a favore del cambiamento sociale

Sabato 4 giugno si è tenuto il Cremona Pride, manifestazione che vede la partecipazione dellЗ cittadinЗ che sentono vicino e impellente il bisogno di ricevere diritti e tutele in quanto appartenenti alla comunità LGBTQIA+. La comunità LGBTQIA+ è ancora oggi, soprattutto nel contesto socio-culturale italiano, un gruppo minoritario la cui esistenza è considerata spesso illegittima. Numerosi articoli scientifici hanno dimostrato come le persone appartenenti a questa comunità abbiano un minor accesso alle risorse riguardanti la salute psicofisica e un maggior tasso di suicidi.

Ogni anno migliaia di persone manifestano con calore e colore con l’obiettivo di far sentire la propria voce, urlare la propria esistenza per farsi riconoscere dalle istituzioni e dalla classe politica che spesso, purtroppo, non fa altro che alimentare il pregiudizio, delegittimando ogni forma di uguaglianza sociale. Questo è solo un piccolo riassunto non esaustivo della complessità delle istanze che si riuniscono ogni anno, in quasi ogni città d’Italia.

Se queste sono le premesse, viene da chiedersi cosa abbia visto l’autorə dell’articolo in prima pagina pubblicato oggi 6 giugno 2022 da “La Provincia”, quotidiano di Crema – in completo anonimato – e gli illuminatissimi illustri opinionisti citati.

Il Cremona Pride non è stato nulla di quello che è stato raccontato in quell’articolo che di blasfemo aveva, forse, la scelta editoriale.

Cominciamo con una questione importante: considerare il Pride come “una festa colorata” è una forma di delegittimazione che cancella completamente le motivazioni sottostanti la scesa per le strade dellз cittadinз. Basare l’intera consistenza dell’articolo su un totale di 434 commenti indignati sui social fa quantomeno sorridere, considerato che la provincia di Cremona, stando alle rilevazioni Istat, ci sono più di 350000 abitanti. Salvini ha definito il Pride di Cremona come «un’esibizione di ignoranza e arroganza». Lo stesso commento potrebbe essere traslato a quei commenti che rappresentano lo 0,1% dellЗ cittadinЗ.

L’intento molto probabilmente era quello di dare un framing negativo – ovvero una cornice narrativa che influenza la lettura morale degli avvenimenti – con l’intento di giustificare le opinioni di tre persone: un imprenditore, un politico e un religioso.

Questa è una triade molto comune nelle narrazioni conservatrici in cui si dà molto più risalto a opinioni di persone che appartengono a gruppi sociali avvantaggiati, che hanno anche un eccessivo accesso a risorse economiche, di cura e di scolarizzazione a scapito di altre, il cui obiettivo è quello di mantenere lo status quo immutato. D’altronde cosa possono saperne loro di cambiamento sociale?

In aggiunta, il taglio dell’articolo richiama molto spesso il disgusto morale. Viene dato risalto a una raffigurazione “blasfema” di una madonna a seno nudo. AltrЗ potrebbero vedere la rappresentazione di una donna consapevole del proprio corpo e del modo in cui vuole vivere e mostrare le proprie identità, anche sessuali. Chi si occupa di discriminazione e pregiudizio non avrebbe dubbio nell’etichettare una madonna a seno nudo come una visione sessista del corpo femminile. Focalizzarsi solo sul seno – i cui i capezzoli sono stati anche censurati – e non su altro è una visione piuttosto oggettivante del corpo femminile. A questo si aggiunge la visione di sacralità che ogni donna dovrebbe fare propria: una visione che le rende persone dalla moralità incrollabile e, al contempo, schiave di norme sociali stigmatizzanti. Una visione quanto meno antiquata per una classe dirigenziale e politica che cerca rappresentanza e consensi nel 2022.

Non fa certo stupore che Matteo Salvini sia intervenuto su un non-caso del genere. Questo la dice lunga sulla sua agenda politica. Come possono stupire interventi di questo tipo dopo l’utilizzo strumentale quotidiano che Salvini fa su social e media generalisti dei gruppi minoritari svantaggiati?

Il fatto che vengano raccontate alcune cose a scapito di altre la dice lunga sul framing negativo utilizzato nell’articolo. Nessuna citazione, casualmente, della presenza di famiglie, mamme con bambinЗ – anche molto piccoli nelle carrozzine – papà amorevoli, coppie che si tenevano per mano, giovani e non che cantavano a squarciagola la necessità vitale di essere riconosciuti e tutelati. Completamente cancellati i discorsi degllЗ organizzatorЗ del Pride, delle organizzazioni promotrici e dell’intervento di Adrian Fartade, unə dellЗ più famosЗ e apprezzatЗ divulgatorЗ scientificЗ. Fartade ha raccontato alla platea di come recentemente è statə vittima di violenza da un gruppo di persone che non tolleravano la sua immagine e la sua identità. Negare l’esistenza di questo discorso, che ha commosso l’intera piazza Stradivari, significa cancellare il dolore e le molestie che le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ subiscono ogni giorno, arrivando a rischiare la propria vita semplicemente perché non vogliono nascondere la propria esistenza, rivendicando lo stesso diritto di esistere dell’imprenditore, del politico e del religioso.

La presenza di bambinЗ e la violenza nei confronti delle persone LGBTQIA+ – ma vale anche per qualsiasi altro gruppo minoritario, si pensi alle persone migranti – vengono spesso cancellate dalla narrazione della destra conservatrice. Il motivo è presto detto: la narrazione conservatrice di destra vuole evitare a tutti i costi che si empatizzi e si provino emozioni compassionevoli nei confronti di persone appartenenti a gruppi sociali svantaggiati. Il rischio matematico è che si possa provare vicinanza per queste persone e che ci si unisca alle loro battaglie legittime. E questo il conservatorismo religioso e politico non può permetterselo.

Chi ha descritto il Pride di Cremona come qualcosa di blasfemo ha utilizzato il proprio sistema di valori – del tutto soggettivo e discutibilmente condivisibile – per interpretare una legittima partecipazione politica in cui lз cittadinз hanno scelto di manifestare la necessità di un cambiamento sociale importante. Un cambiamento sociale che non viene innescato nemmeno dalla controparte politica “progressista” che ancora oggi a livello locale e nazionale si vergogna a far proprie le istanze di queste persone.

Stefano Daniele Urso,
psicologo sociale, presidente dell’associazione Asterisco.

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Bi+ who you are: l’ombrello della bisessualità

La bisessualità è un orientamento sessuale che fa riferimento all’attrazione verso più di un genere e corrisponde alla “B” dell’acronimo LGBTQIA+. Spesso si usa il termine bisessualità come termine ombrello che include una varietà di identità ed esperienze che verranno descritte di seguito.

Le persone che si identificano come bisessuali sono attratte sia dal genere uguale al proprio sia da generi diversi dal proprio. Quando l’attrazione verso un solo genere è predominante, ma non esclusiva, possono essere preferiti termini come eteroflessibilità o omoflessibilità. Coloro che si identificano come pansessuali trovano che il genere di una persona sia irrilevante nel determinare l’attrazione, mentre il termine queer è utilizzato per mettere in discussione l’intera visione binaria dei generi e della sessualità. Fanno parte dell’ombrello della bisessualità anche le persone che percepiscono la propria sessualità come fluida e variabile nel tempo (Bowes-Catton, 2007). Se si prendono in considerazione altri tipi di attrazione, come per esempio quella romantica, questi termini sopracitati possono essere declinati di conseguenza: biromanticismo, panromanticismo, omniromanticismo, ecc.

Photo by Jana Sabeth on Unsplash

L’utilizzo del termine bisessualità come termine ombrello è stato spesso criticato, poiché rischia di sostenere la centralità nel genere per determinare l’attrazione. Nonostante queste problematiche, il termine è ancora il più utilizzato in campo politico per le pari opportunità, dai gruppi LGBTQIA+, dallз ricercatorз e da chi si impegna attivamente a fianco di coloro che sono attrattз da più di un genere. In questo articolo parleremo di ombrello bi+ per fare riferimento a tutte le persone che non si identificano come monosessuali

Attrazione, comportamento e identità bi+

Non tutte le persone che provano attrazione verso più di un genere si identificano come bi+. Infatti, l’attrazione, il comportamento e l’identità sessuale sono tre aspetti fra loro distinti (Barker et al., 2012). Per esempio, qualcunə può provare attrazione e avere comportamenti sessuali verso più persone di generi differenti, ma non identificarsi all’interno dello spettro bi+. Così come qualcun*altrə può provare attrazione verso più generi e identificarsi come persona bi+ senza avere mai fatto esperienza di comportamenti bi+.

Un rettangolo rappresenta l'attrazione BI+, al suo interno un cerchio più piccolo rappresenta i comportamenti BI+, un cerchio ancora più piccolo interseca il cerchio dei comportamenti e rappresenta l'identità BI+
L’attrazione BI+ è l’insieme più grande, alcune persone provano questo tipo di attrazione ma non hanno comportamenti correlati alla propria attrazione BI+ e non si identificano nell’ombrello BI+. Chi ha comportamenti correlati alla propria attrazione BI+ non necessariamente si identifica nell’ombrello BI+. Chi si identifica come persona BI+, non necessariamente deve attuare comportamenti correlati al proprio orientamento BI+.

  In base all’aspetto che si prende in considerazione cambia anche la prevalenza della bisessualità nella popolazione generale, rendendo difficoltoso fare delle stime accurate. L’Office for National Statistics del Regno Unito ha riportato che l’1,1% delle persone sopra i 16 anni si identificano come bisessuali. Uno studio americano (Mosher et al., 2005) ha rilevato che le percentuali sono molto più alte se si prende in considerazione l’attrazione e il comportamento sessuale al posto dell’identità.

Le stime della prevalenza della bisessualità, ovviamente, non sono e non devono essere in alcun modo connesse alla necessità di assicurare alle persone bi+ eguaglianza e libertà dalle discriminazioni. Questi infatti sono diritti fondamentali che prescindono l’identità o l’attrazione sessuale.

Stereotipi, Pregiudizi e Bifobia

Le esperienze e le identità bi+ mettono in discussione la visione binaria della sessualità profondamente radicata nella società occidentale e caucasica. Mettendo in crisi la dicotomia fra eterosessualità e omosessualità, le persone bi+ si trovano spesso forzate in una di queste due categorie. In ogni caso è bene ricordare che qualunque orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità è soggetto a eterosessismo ed eteronormatività.

Le ricerche scientifiche (es. Brewster & Moradi, 2010) hanno dimostrato che gli individui bi+ sono soggetti al pregiudizio bisessuale, una forma di pregiudizio differente dal pregiudizio omosessuale. Il pregiudizio bisessuale – o più impropriamente chiamato “bifobia” – è definito come un insieme di atteggiamenti, comportamenti e strutture negative specificatamente dirette verso le persone bi+. Esso è evidente nel perpetuarsi di specifici stereotipi negativi, nella negazione della bisessualità e nella sua invisibilizzazione, esclusione e marginalizzazione. Questi fenomeni sono presenti purtroppo ancora oggi in molteplici settori e contesti: i media mainstream, le comunità gay e lesbiche, la ricerca scientifica, la psicologia e psicoterapia, la politica e la legislazione.

Fra gli stereotipi negativi maggiormente diffusi troviamo l’assumere che le persone che si identificano come bi+ siano promiscue, manipolatorie, portatrici di malattie sessualmente trasmissibili, incapaci di intraprendere delle relazioni monogame, che siano delle minacce per le relazioni o per le famiglie e che siano sempre sessualmente disponibili con chiunque. Un altro falso mito è che a lungo termine le persone bi+ prediligano le relazioni eterosessuali per mantenere i propri privilegi nella relazione monogama. Altre volte ancora gli individui bi+ possono essere usati come veri e propri fetish in risposta a fantasie sessuali, come per esempio il sesso a tre.

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La negazione della bisessualità avviene ogni qual volta le persone che si identificano come bi+ vengono percepite come “confuse” riguardo alla propria sessualità o come se fossero in uno stato di transizione che dovrà culminare nell’eterosessualità o nell’omosessualità.

Un esempio di invisibilizzazione è il dedurre l’orientamento sessuale osservando solamente l’espressione di genere dellə/з partner attuale/i. Oppure quando,  in assenza di comportamenti sessuali bi+,  si mette in discussione l’identità bi+ di qualcunə. Teniamo a mente però che l’eterosessualità è raramente questionata prima di avere avuto esperienze sessuali con qualcunə di un genere diverso dal proprio.

L’esclusione bi+ si esprime nell’assenza di servizi specifici per le persone bi+ e nell’aspettativa che queste usino una combinazione dei servizi per eterosessuali e per gay e lesbiche. Inoltre, anche nel trasmettere messaggi che fanno riferimento alle minoranze sessuali, le tematiche bi-specifiche vengono spesso trascurate.

La marginalizzazione della comunità bi+ è evidente quando si permette che commenti discriminatori nei confronti di persone bi+ passino incontrastati, quando si assume che la bisessualità possa essere oggetto di ironia accettabile, quando si da maggiore priorità alle tematiche eterosessuali o gay/lesbiche rispetto a quelle bi+ e quando si pongono molte domande rispetto alla bisessualità di una persona in modi che sarebbero considerati offensivi per individui di altri orientamenti sessuali. 

Come risultato di questi fenomeni, le persone bi+ sono soggette ad una doppia discriminazione, che avviene sia da coloro che si identificano come etero sia da coloro che si identificano come gay o lesbiche

Purtroppo, il pregiudizio bisessuale è ancora oggi poco riconosciuto e molto diffuso nei vari contesti scolastici, lavorativi, sportivi, della giustizia e della salute. Questo ha delle ripercussioni anche sulla salute fisica e mentale delle persone bi+, determinando una minore qualità di vita e di benessere generale. Appare quindi evidente la necessità di accrescere la conoscenza in questo campo e di impegnarsi attivamente per interrompere questa tendenza a una discriminazione silente e ingiustificata delle persone bi+.

Bibliografia

  • Barker, M. J. (2017). Gender, sexual, and relationship diversity (GSRD). British Association for Counselling and Psychotherapy. https://www.bacp.co.uk/media/5877/bacp-gender-sexual-relationship-diversity-gpacp001-april19.pdf 
  • Barker, M., Richards, C., Jones, R., Bowes-Catton, H., Plowman, T. (2012). The Bisexuality Report: Bisexual inclusion in LGBT equality and diversity.  Milton Keynes: The Open University, Centre for Citizenship, Identity and Governance. Available from: www.open.ac.uk/ccig/sites/www.open.ac.uk.ccig/files/The%20BisexualityReport%20Feb.2012_0.pdf 
  • Brewster, M. E., & Moradi, B. (2010). Perceived experiences of anti-bisexual prejudice: Instrument development and evaluation. Journal of Counseling Psychology, 57(4), 451–468.  doi:10.1037/a0021116
  • Bowes-Catton, H. (2007). Resisting the binary: Discourses of identity and diversity in bisexual politics 1988-1996. Lesbian & Gay Psychology Review, 8 (1), 58-70. 
  • Mosher, W. D., Chandra, A., & Jones, J. (2005). Sexual behaviour and selected health measures: Men and women 15-44 years of age, United States, 2002. Advance data from vital and health statistics, no. 362. Hyatsville, MD: National Center for Health Statistics. 

Approfondimenti

Foto in copertina di Joel Muniz.

Mascolinità egemonica: quando il maschile è sfavorevole

Sebbene le ricadute cliniche e sociali delle mascolinità e delle norme di genere siano ancora particolarmente evidenti al giorno d’oggi, negli ultimi anni la letteratura scientifica ha permesso una comprensione più profonda di questi fenomeni.

È stato dimostrato che fin dalla prima infanzia le interazioni sociali forniscono un quadro culturale di riferimento attraverso cui tutte le persone apprendono le aspettative sociali legate al proprio sesso assegnato alla nascita. A tal proposito, il contesto di appartenenza contribuisce a definire i premi e le sanzioni associate al conformarsi o meno alle norme maschili. 

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La cultura è una variabile fondamentale che influenza la trasmissione di credenze e comportamenti legati al ruolo di genere. 

È importante tenere a mente che la discussione di quanto segue verterà sulle norme di genere che hanno caratterizzato la nostra cultura occidentale/europea, in cui sembrano essere maggiormente pressanti e rigide per gli uomini rispetto alle donne. Tuttavia, una futura disamina che comprenda l’analisi di altre e diverse culture permetterà una consapevolezza maggiore del fenomeno.

Gli effetti della mascolinità egemonica sulla società

I primi studi che hanno affrontato il tema della mascolinità si sono focalizzati sull’impatto che questa può avere sul genere femminile, analizzando ad esempio le conseguenze della mascolinità egemonica. Connell e Messerschmidt definiscono la mascolinità egemonica come l’insieme di azioni e pratiche che contribuiscono al predominio degli uomini, legate alla mascolinità più tradizionale, esemplare, e altamente visibile, nel nostro contesto culturale. La violazione di tali norme di mascolinità socialmente imposte (ad esempio evitare espressioni di femminilità, emozioni e sentimenti, e prediligere aggressività e autosufficienza) è solitamente sanzionata dalla società. L’adozione di una definizione rigida e stereotipata di mascolinità, potenzialmente in interazione con atteggiamenti sessisti, patriarcali o misogini, è stata associata all’insorgenza di episodi di violenza contro il genere femminile. Knutson e Goldbach, della Southern Illinois University, suggeriscono che aspettative e credenze molto rigide legate alle norme di genere maschile possono dare adito ad atti di violenza contro persone che non si adattano pienamente a tali standard, come persone trans o genderqueer.

Gli effetti della mascolinità egemonica sugli uomini

La letteratura psicologica ha evidenziato che l’aderenza a ideali tradizionali e egemonici legati alla mascolinità è potenzialmente dannosa per la salute mentale, relazionale e comportamentale di ragazzi e uomini stessi. In particolare, è stato dimostrato dalle ricerche di Joseph Vandello che gli uomini provano maggiori stati di stress e ansia quando si sentono lontani dallo stereotipo maschile, e tentano di dimostrare e riaffermare la propria mascolinità per ridurre lo stato spiacevole che provano. Il fatto che allontanare i bisogni emotivi e relativi alla propria salute mentale sia un elemento intrinseco della mascolinità stessa, ha ricadute ancor più gravi sulla salute di questi ultimi.  Date tali premesse, l’American Psychological Association (APA) ha pubblicato nel 2018 le Linee guida per la pratica clinica con ragazzi e uomini, con l’obiettivo di promuovere trattamenti mirati, i quali prendano in considerazioni il sistema di valori e le norme associati alla mascolinità.

Oltre la mascolinità cisgender

Adottando una visione contemporanea, che contempla l’identità di genere di una persona come fluida, è importante riflettere sul modo in cui le norme maschili possono essere internalizzate da ragazzi e uomini transgender. Le ricerche di Knutson e Goldbach  hanno dimostrato che gli uomini o i ragazzi transgender possono sentirsi spinti a presentarsi come più maschili per evitare discriminazioni e minacce, invece di vivere con libertà la loro espressione di genere. A tal proposito, è necessario tenere a mente che la concezione binaria del genere, ovvero composto da due categorie mutualmente escludenti, è stata ampiamente messa in discussione (come abbiamo discusso in questo precedente articolo). Un progressivo allontanamento dalla concezione binaria ha accolto la possibilità di sovrapposizione e fluidità di categorie sociali, compreso il genere. In quest’ottica, futuri studi saranno necessari per allontanare il concetto di mascolinità da un’espressione di genere univoca, analizzando l’impatto e l’adozione di norme legate ad essa da parte di persone con identità di genere non conforme.

La mascolinità egemonica non è l’unica espressione del maschile, ma rappresenta una estremizzazione di alcuni comportamenti e credenze culturalmente trasmessi. È importante riconoscere che la definizione di maschile non è associata a un’unica espressione di genere, ma a persone con identità o espressioni di genere diverse.

Bibliografia

  • American Psychological Association. (2018). APA Guidelines for Psychological Practice with Boys and Men: (505472019–001). https://doi.org/10.1037/e505472019-001
  • Anzani, A., Pavanello Decaro, S., & Prunas, A. (2022). Trans Masculinity: Comparing Trans Masculine Individuals’ and Cisgender Men’s Conformity to Hegemonic Masculinity. Sexuality Research and Social Policy, 1-9.https://doi.org/10.1007/s13178-021-00677-5
  • Connell, R. W., & Messerschmidt, J. W. (2005). Hegemonic masculinity: Rethinking the concept. Gender & Society, 19(6), 829–859. https://doi.org/10.1177/0891243205278639
  • Knutson, D., & Goldbach, C. (2019). Transgender and non-binary afrmative approaches applied to psychological practice with boys and men. Men and Masculinities, 22(5), 921–925. https://doi.org/ 10.1177/1097184X19875174
  • Levant, R. F. , McDermott, R. , Parent, M. C., Alshabani, N. , Mahalik, J. R., & Hammer, J. H. (2020). Development and evaluation of a new short form of the Conformity to Masculine Norms Inventory (CMNI30). Journal of Counseling Psychology, 67(5), 622–636. https://doi.org/10.1037/cou0000414
  • Rivera, A., & Scholar, J. (2020). Traditional masculinity: A review of toxicity rooted in social norms and gender socialization. Advances in Nursing Science, 43(1), E1–E10. https://doi.org/10.1097/ANS.0000000000000284

Per approfondimenti

  • (In inglese) Pascoe, C. J., & Bridges, T. (2016). Exploring masculinities: Identity, inequality, continuity, and change. Brockport Bookshelf. 391.

Educazione Sessuale Inclusiva: il Manifesto di Asterisco

Questo è il Manifesto di educazione sessuale inclusiva di Asterisco.

Ha l’obiettivo di esplicitare i nostri valori, i nostri intenti e di accompagnare la lettura di tutti i nostri futuri contributi sul tema della sessualità. Ci auguriamo possa diventare un punto di riferimento per tutte le persone che decidono di approcciarsi al tema della sessualità e dell’educazione sessuale con uno sguardo attento alle diversità.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2006) la salute – di cui quella sessuale è parte integrante – è un diritto fondamentale di ciascuna persona.
La promozione della salute e del benessere sessuale richiede di affrontare il tema della sessualità in maniera etica e scientifica, con un’attenzione a non ridurne la complessità e valorizzando le diversità. Già da alcuni anni si parla di «educazione sessuale comprensiva» (UNPFA, 2020), «estesa» e «integrata» (Verde & Del Ry, 2004). In Asterisco abbiamo elaborato una nostra visione di ciò che un’educazione sessuale inclusiva dovrebbe essere partendo da un’analisi critica delle fonti in letteratura e integrandola con le nostre esperienze multidisciplinari.
Parleremo di sessualità e di educazione sessuale in senso esteso, nel pieno rispetto di tuttЗ.

Cos’è la sessualità per Asterisco?

La nostra visione di sessualità è bio-psico-sociale. La sessualità è un insieme di diverse dimensioni che si estendono dal livello biologico “micro” (fenotipo, cromosomi ecc.), sino al livello sociale “macro” (espressione di genere). Essa riguarda numerosi aspetti della persona: corpo, sensi, zone erogene, genitali (conformi o meno), psiche, cervello, funzionamento neurologico (tipico/atipico), attrazione (sessuale, romantica, estetica e non solo), relazione (fisica, affettiva, platonica, ecc.), pratiche sessuali (tipiche/atipiche), desiderio, fantasie, riproduzione, aborto, diritti, salute, MTS, orientamento sessuale, orientamento romantico, orientamento relazionale, identità di genere, espressioni di genere, ruoli di genere e stili relazionali.

La sessualità è una componente presente in tutti i livelli di analisi, dalla biologia alla cultura/società di appartenenza. Per questo motivo, quando si parla di sessualità, devono essere tenuti in considerazione e affrontati tutti i seguenti elementi:

  • Tutte le persone hanno valore, nel corpo e nella mente. Promuoviamo il rispetto dell’unicità e delle diversità, scardinando i concetti di “normalità/anormalità” e “tipicità/atipicità” rispetto alla sessualità;
  • Tutte le persone hanno diritto alla salute e al benessere sessuale, che non segue standard, è personale ed è parte imprescindibile del benessere globale dell’individuo;
  • Tutte le persone hanno diritto al piacere, sia in autonomia sia in condivisione. Il piacere non è obbligatorio, è soggettivamente determinato, cioè definito da ogni singolo individuo per sé. Il piacere deve essere il centro del discorso sulla sessualità;
  • La sessualità è un diritto e non un dovere. Esercitare questo diritto prevede il rispetto dei diritti altrui;
  • Il consenso alla sessualità deve essere esplicito ed entusiasta. Qualsiasi pratica o attività sessuale deve fondarsi sul consenso esplicito ed entusiasta da parte di tutte le persone coinvolte. Le persone devono essere consapevoli di ciò che succede e acconsentire in modo chiaro,comprensibile e con convinzione. Il consenso è un processo continuo e può essere tolto il qualsiasi momento;
  • Le persone hanno il diritto alla consapevolezza e all’autodeterminazione. Ogni identità, espressione, orientamento, stile relazionale ha valore;
  • La sessualità riguarda tutto il ciclo di vita delle persone: è un elemento che appartiene a qualunque età, dal periodo prenatale fino alla morte − e, in alcune accezioni anche oltre;
  • Il tema della sicurezza nella sessualità deve essere valorizzato considerando in primis il benessere, invece del mero evitamento del rischio e del danno. La protezione e la sicurezza non sono dimensioni solo fisiche ma anche psicologiche e relazionali;
  • La sessualità, quando esercitata come libera scelta e senza coercizione, può anche essere lavoro. Tale scelta va accettata e rispettata.

Che cos’è l’educazione sessuale inclusiva per Asterisco?

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L’educazione sessuale che vogliamo:

  1. Utilizza un linguaggio positivo, inclusivo con un approccio non giudicante e attento alla convivenza delle diversità;
  2. Ha come obiettivo primario la diffusione di consapevolezza e benessere sessuale. Secondariamente ha l’obiettivo di promuovere il cambiamento sociale attraverso la divulgazione scientifica, la promozione di una cultura aperta alle diversità e la decostruzione di pregiudizi, falsi miti e standard che rimandano a stereotipi di genere, di orientamento sessuale, affettivo e di relazione. Infine, ha l’obiettivo di affermare e veicolare il messaggio che tutte le esperienze consensuali nella sessualità sono valide e di valore.
  3. È sessuo-affettiva. L’educazione sessuale si occupa non solo della sfera fisica e sessuale, ma anche di emozioni, affettività e relazione con se stessЗ e le altre persone;
  4. È fluida e in costante mutamento. L’educazione sessuale si costruisce e adatta alle caratteristiche dell’interlocutorǝ, del contesto e della cultura in cui agisce;
  5. È intrinsecamente politica. L’educazione sessuale promuove una visione del mondo aperta e progressista, in cui tutte le persone, indipendentemente dalle loro appartenenze, meritano rispetto, ascolto e partecipazione. L’educazione sessuale deve essere accessibile a tuttЗ, a prescindere dal gruppo sociale di appartenenza;
  6. È curiosa e positiva. L’ascolto attivo e curioso delle domande e delle esperienze di chi si rivolge all’educazione sessuale devono guidare la costruzione dell’attività, adattando quest’ultima allo specifico contesto senza seguire protocolli rigidamente standardizzati e approcciando il tema con gioia e positività;
  7. È democratica e costruttivista. L’educatorǝ sessuale, in virtù del proprio sapere e delle proprie competenze, deve essere consapevole di far parte di una relazione asimmetrica con l’utenza. Oltre a ciò deve cercare di ridurre la distanza sociale optando per progettualità co-costruite e per una diffusione orizzontale e democratica del sapere;
  8. È multiprofessionale. È fondamentale che diverse figure collaborino, ciascuna con la propria specifica competenza, alla costruzione dell’educazione sessuale (professionistЗ della salute, attivistЗ, figure di accudimento, istituzioni, sex toys advisors, ecc.).
  9. È itinerante. L’educazione sessuale può essere portata in ambienti differenti (luoghi di lavoro, di cultura, intrattenimento, mass-media, ecc.) e non limitandosi al solo ambiente scolastico o socio-sanitario.
  10. È analogica e digitale. L’educazione sessuale deve essere promossa attraverso modalità di educazione con supporti esperienziali (seminari, workshop, ecc.) e peer education, utilizzando adeguatamente le tecnologie più avanzate e i vari canali di comunicazione;
  11. È attenta alla scienza, con uno sguardo critico ai limiti dell’attuale stato dell’arte in questo campo. Riteniamo fondamentale includere nella ricerca scientifica di settore tutti i gruppi sociali, compresi quelli minoritari, tenendo in forte considerazione anche il benessere delle persone che vi appartengono;
  12. L’educazione sessuale deve essere normata. Abbiamo bisogno che l’educazione sessuale sia accompagnata e sostenuta da una o più leggi che la riconoscano e la tutelino in modo che questa venga considerata un diritto fondamentale di ciascun individuo;

Conoscere se stessЗ e il proprio corpo, esplorare relazioni positive e soddisfacenti con le altre persone accogliendo le differenze, vivere la propria e altrui sessualità con piacere, rispetto e sicurezza, sono tutti elementi su cui è fondamentale investire ed educare.
Per questo Asterisco lavora affinché l’educazione sessuale diventi legge.
Perché fare educazione sessuale significa anche fare cultura e politica. E attraverso la cultura e la politica è possibile cambiare il mondo.

Letture consigliate

Bibliografia

Body neutrality, body positivity e body functionality: di cosa stiamo parlando?

L’aspetto fisico è un concetto particolarmente saliente dal punto di vista sociale, dal momento che è più frequentemente esposto all’attenzione collettiva e a commenti valutativi. La diffusione dei social media ha aumentato l’esposizione a contenuti che esaltano ideali irrealistici di bellezza, fornendo anche innumerevoli occasioni per confrontare il proprio corpo con quello altrui. Questo ha incrementato l’insoddisfazione per molti che fruivano di questi contenuti. 

In tale contesto, in cui i social media continuano a proporre immagini idealizzate di corpi irrealistici che ottengono sempre più popolarità, sono sorti i movimenti di body positivity, body functionality e body neutrality. Negli ultimi anni questi movimenti hanno attirato sempre più attenzione, ricevendo diversi consensi, ma anche molte critiche. Le peculiarità di ognuno di essi, insieme ai limiti e alle potenzialità, sono approfondite nei paragrafi successivi.

La body positivity e l’accettazione incondizionata del proprio corpo

Il movimento della body positivity nasce con lo scopo di mettere in dubbio gli ideali estetici dominanti e di promuovere l’accettazione e il rispetto per tutti i corpi, indipendentemente dalla forma, dal peso e dalle caratteristiche delle parti che lo compongono.

Negli ultimi anni questo movimento ha acquisito sempre più popolarità attraverso i social media e soprattutto su Instagram, piattaforma in cui sono stati registrati più di diciassette milioni di post con il tag #bodypositive e più di nove milioni con il tag #bodypositivity.

Nella maggior parte dei casi, questi post sono accompagnati da foto che ritraggono persone normopeso o sovrappeso, oppure rappresentano caratteristiche che divergono dagli ideali di bellezza standard, come per esempio cellulite, accumuli adiposi nell’addome e smagliature. Il messaggio che questi post vogliono trasmettere è che tutti i corpi meritano di essere rispettati, con il fine di promuovere lo sviluppo di una relazione positiva come il proprio corpo e con sé stess3 in generale.

L’atteggiamento promosso dalla body positivity favorisce l’acquisizione di un’immagine corporea positiva, ovvero di un senso di amore e di rispetto globale per il proprio corpo. L’immagine corporea positiva include anche l’apprezzamento delle caratteristiche uniche del proprio corpo e l’accettazione degli aspetti che non corrispondono alle caratteristiche rappresentate dalle immagini idealizzate dei media. Le ricerche dimostrano che un’immagine corporea positiva è associata a un maggiore benessere psicologico, sociale ed emotivo e a comportamenti che promuovono la salute; inoltre, svolge una funzione protettiva rispetto all’esposizione a immagini che raffigurano ideali irrealistici di magrezza.

Alcun3 studios3 si sono interrogat3 sui possibili effetti collaterali della body positivity, come ad esempio l’intensificazione della focalizzazione sul proprio corpo. Infatti, il rischio è quello di continuare ad alimentare la preoccupazione per il proprio aspetto, il quale viene mantenuto come un elemento di maggior rilievo a discapito di altre qualità. Inoltre, propugnare un movimento come valido e adatto per tutt3 può essere aleatorio. Qualcunə potrebbe risentire della pressione ad “amare incondizionatamente” il proprio corpo e sentirsi in difetto qualora non ci riesca. 

Una nuova e promettente frontiera della body positivity mira ad approfondire gli aspetti che promuovono lo sviluppo di un’immagine corporea positiva e priva di alterazioni. I temi da esplorare riguardano la tendenza ad apprezzare il proprio corpo e a investire su di esso in maniera adattiva e le abilità di filtrare le informazioni provenienti dall’esterno in maniera protettiva, al fine di tutelare la propria immagine corporea.

La body functionality e l’apprezzamento delle funzionalità del corpo

Il movimento della body functionality propone una visione del corpo olistica e attiva, nella quale vengono esaltate le capacità fisiche che permettono al corpo di mettere in atto tutto ciò che esso è in grado di fare. Questo si contrappone a una visione focalizzata sulle qualità estetiche delle varie parti del corpo, con il rischio che venga  percepito come un mero oggetto. 

In passato, l3 ricercator3 concettualizzavano le funzioni corporee come semplici indicatori di bisogni che ne permettevano il soddisfacimento. Gli studi più recenti riprendono il concetto di funzioni corporee e lo integrano con la nozione di abilità del corpo e con il modo in cui esso può interagire con le altre persone. In altre parole, oggi con body functionality si intende tutto quello che il corpo è in grado di fare

Alleva e collegh3 hanno descritto il concetto di funzionalità del corpo come un ampio spettro che comprende le capacità fisiche (es. camminare, andare in bicicletta), la salute e i processi interni (es. respirazione, digestione), i sensi e le sensazioni (es. vedere, sentire le emozioni), le capacità creative (es. scrivere, disegnare), la cura di sé stess3 (es. cucinare, farsi la doccia) e la comunicazione con l3 altr3 (es. parlare, linguaggio del corpo). 

Prestare attenzione alla funzionalità corporea promuove una visione del proprio corpo come un’entità attiva, dinamica e strumentale scoraggiando una visione passiva del corpo come oggetto puramente estetico. La focalizzazione sulle funzioni del proprio corpo è stata associata con una maggiore soddisfazione per il proprio aspetto, un miglioramento della propria immagine corporea, una minore tendenza all’auto-oggettivazione e una riduzione della preoccupazione per il proprio peso corporeo. È possibile incrementare la tendenza a focalizzarsi sulle funzionalità del proprio corpo attraverso un allenamento cosciente e costante, oppure svolgendo esercizio fisico o yoga.

Tuttavia, esaltare le varie capacità del corpo rischia di limitare la prospettiva ai corpi “abili” e “senza malattie”. L3 sostenitor3 della body functionality affermano che in realtà questo è un costrutto inclusivo e adatto a tutt3, poiché la presenza di malattie, infortuni, differenze strutturali e/o invecchiamento non implica la compromissione di tutte le altre funzioni del corpo. In sostanza, differente non vuol dire mancante e utilizzare queste lente permette di leggere il concetto di body functionality in un’ottica maggiormente inclusiva.

La body neutrality e la decentralizzazione del corpo

A partire dalle critiche mosse ai movimenti di body positivity e body functionality è sorto il concetto di body neutrality, il quale propone un approccio inclusivo che mira a ridurre il focus sul proprio corpo, indipendentemente dal fatto che esso sia positivo o negativo. La body neutrality si pone inoltre in una posizione intermedia fra i messaggi contrastanti che arrivano dai social media, i quali promuovono l’amore puro o l’odio totale per il proprio corpo.

L’obiettivo di questo movimento è decentrare il ruolo che la bellezza ricopre nella società, incoraggiando gli individui a porre meno enfasi sul proprio aspetto fisico. Esempi di messaggi promulgati dalla body neutrality sono «come ti senti è più importante di come appari», «tu sei più di un corpo» e anche «il tuo corpo non esiste per essere piacevole agli occhi dell3 altr3». Il concetto centrale di questo approccio è che porre meno attenzione al proprio aspetto fisico promuova il benessere e permetta di incanalare tutta l’energia normalmente spesa a monitorare e modificare il proprio corpo verso altri aspetti più importanti della propria vita

Allo stato attuale la body positivity pone l’accento sul proprio corpo, mentre l’obiettivo della body neutrality è spostare l’attenzione e il giudizio del proprio valore su caratteristiche e qualità che si discostano da esso. La speranza di questo movimento è quella di acquisire una visione condivisa in cui l’aspetto è considerato come una delle tante qualità degli individui al pari delle altre, come per esempio l’ambizione o la generosità.

Il movimento della body neutrality è ancora poco studiato empiricamente, ma sono stati ipotizzati degli effetti sulla riduzione dell’ansia e sul miglioramento dell’umore. Infatti, evitare i pensieri e i comportamenti di critica verso il proprio corpo permetterebbe di eludere l’ansia, i sentimenti di perdita di controllo e di speranza e la tristezza che ne derivano. Inoltre, distogliere l’attenzione dal proprio aspetto fisico potrebbe ridurre l’insoddisfazione per il proprio corpo, il ricorso a diete rigide e dannose per la salute e i tassi di incidenza dei disturbi del comportamento alimentare. Sono però necessarie ricerche future per corroborare queste ipotesi inferenziali.

Questa prospettiva è allettante e promettente, ma è anche particolarmente difficile da adottare in una società che attribuisce così tanta importanza all’estetica e in cui molte conversazioni quotidiane riconducono al proprio aspetto fisico o a quello altrui.

Tuttavia, gli esseri umani hanno la capacità di prestare attenzione ai propri pensieri e di modificarli. È possibile farlo anche per quanto riguarda i pensieri sul proprio corpo. Per cui, quando arriva un pensiero, positivo o negativo che sia, sul proprio aspetto fisico è possibile identificarlo e lasciarlo andare – e quindi non prestarvi attenzione – in modo da mantenere un atteggiamento neutro. Questo processo, soprattutto all’inizio, potrebbe essere faticoso e meccanico, ma con un allenamento costante è possibile adottare una differente visione del proprio corpo atta a promuovere il benessere personale e sociale.

Bibliografia:

  • Alleva JM, Tylka TL. Body functionality: A review of the literature. Body Image. 2021 Mar; 36:149 171.
  • Cohen, R., Newton-John, T., & Slater, A. (2021). The case for body positivity on social media: Perspectives on current advances and future directions. Journal of health psychology26(13), 2365–2373. https://doi.org/10.1177/1359105320912450
  • Grabe S, Ward L and Hyde JS (2008) The role of the media in body image concerns among women: A meta-analysis of experimental and corre- lational studies. Psychological Bulletin 134: 460–476.
  • Legault, L., & Sago, A. (2022). When body positivity falls flat: Divergent effects of body acceptance messages that support vs. undermine basic psychological needs. Body Image, 41, 225-238. https://doi.org/10.1016/j.bodyim.2022.02.013
  • Oltuski R (2017) Please stop telling me to love my body: Embracing body neutrality. Man Repeller, 3 October.  
  • Swami V, Weis L, Barron D, et al. (2018) Positive body image is positively associated with hedonic (emotional) and eudaimonic (psychological and social) well-being in British adults. Journal of Social Psychology 158: 541–552. https://doi.org/10.1080/00224545.2017.1392278
  • Stevens, A., & Griffiths, S. (2020). Body Positivity (# BoPo) in everyday life: An ecological momentary assessment study showing potential benefits to individuals’ body image and emotional wellbeing. Body Image, 35, 181-191. https://doi.org/10.1016/j.bodyim.2020.09.003
  • Van den Berg, P., Paxton, S. J., Keery, H., Wall, M., Guo, J., & Neumark-Sztainer, D. (2007). Body dissatisfaction and body comparison with media images in males and females. Body image, 4(3), 257-268. https://doi.org/10.1016/j.bodyim.2007.04.003

Per approfondimenti: 

Le foto dell’articolo e in copertina sono di Dmitry Nikulnikov

Perché nella ricerca scientifica usiamo il termine queer?

Dare un nome alle cose serve a renderle vere. Da “invertito” a “omosessuale”, da “omosessuale” a “gay/lesbica”, fino ad arrivare a “queer”, le etichette servono alle persone per potersi identificare e trovare rappresentazioni di loro stesse, a creare alleanze e significati politici che diventano, con il tempo e l’utilizzo, importanti strumenti per il cambiamento. 

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Il vocabolo “Queer” viene preso in prestito dall’inglese e ha come significato originario «strano», «bizzarro». L’etimologia si rifà al tedesco “quer” che significa «diagonale», «di traverso», indica pertanto qualcosa di “deviante” rispetto a ciò che è considerato normativo. In passato, il termine è stato utilizzato come insulto per i soggetti appartenenti alla comunità LGBTQIA+, attualmente invece lo si utilizza per riferirsi alle persone che non si identificano come eterosessuali e/o cisgender, riducendo la tendenza alle rappresentazioni binarie.
Generalmente, la nostra cultura ci porta a pensare in modo binario, ovvero a costruire la realtà individuando prima una caratteristica e poi il suo opposto: amici o nemici, maschi o femmine, eterosessuale o omosessuale. Questo rende polarizzate le rappresentazioni che vengono costruite su estremi, a differenza del termine queer che va oltre la polarizzazione perché riesce a rappresentare tutte le posizioni presenti all’interno dello spettro.

La prima ad utilizzare “queer” con un significato vicino a quello attuale è stata Teresa De Lauretis, studiosa, scrittrice e docente presso l’Università della California. Nell’articolo “Queer Theory. Gay and Lesbian Sexualities”, De Lauretis voleva porre l’accento sulla problematicità della definizione “studi gay e lesbici”, impiegato per parlare degli studi svolti nell’ambito della comunità LGBTQIA+. Infatti l’uso di questa definizione ha dei limiti:

  • Porta lз lettorз a percepire come una sola identità gruppi sociali diversi, lasciando supporre che questi abbiano lo stesso tipo di svantaggio sociale (es. le persone gay e lesbiche appartengono allo stesso gruppo sociale e vivono le stesse cose); 
  • Cancella le differenze anche all’interno della singola categoria (es. credere che tutte le persone lesbiche sperimentino le stesse cose) -; 
  • Non vengono considerate tutte le categorie che non rientrano nella definizione “gay” o “lesbica” (es. persone asessuali, aromantiche, non binarie ecc.), creando dei cosiddetti “scarti categoriali”. 

Per tali ragioni, De Lauretis ha preferito parlare di “teoria queer” e “studi queer”, che ad oggi comprendono le riflessioni teoriche e le indagini interdisciplinari riguardanti la sessualità in ambito LGBTQIA+. Possiamo quindi considerare gli studi queer come l’ultima e più inclusiva evoluzione degli studi “gay e lesbici”.

Parlare di studi queer – e utilizzare questa terminologia – è importante perché consente di abbracciare dentro il discorso scientifico e teorico tutti i gruppi sociali considerati devianti rispetto alla norma”, rendendo così la rappresentazione binaria del mondo diviso tra eterosessuali/omosessuali più complessa. Inoltre, il termine “queer” riesce a rappresentare le varie componenti che appartengono alla persona in modo trasversale, indicando non solo l’orientamento sessuale, ma anche l’orientamento relazionale e romantico, l’identità di genere, l’espressione di genere, rendendo multidimensionale la descrizione delle persone.

Un altro motivo per utilizzare questo termine è fronteggiare l’essenzializzazione. Esistono infatti delle categorie sociali che vengono percepite come aventi un’essenza naturale, come ad esempio “donne si nasce” o “gay si nasce”. Questo sposta l’attenzione da ciò che ha evidenziato la ricerca scientifica, ovvero che le identità sociali sono in realtà complesse formazioni socio-culturali che vengono, sin dall’infanzia, interiorizzate dall’individuo. Queste evidenze, inoltre, sottolineano la mutabilità e l’instabilità delle identità che, essendo determinate dalla propria cultura di appartenenza, possono cambiare nel corso degli anni. Pensiamo ad esempio a come si è evoluta la percezione delle donne negli ultimi decenni.

L’utilizzo di etichette per descrivere le persone fa sì che, nella nostra mente, si attivino gli stereotipi ad esse collegate. Questi sono schemi cognitivi utilizzati per categorizzare il mondo, per capire cosa aspettarci e come comportarci. Utilizziamo quindi gli stereotipi come lente principale per interpretare l’altrə e il suo comportamento, ma anche come presupposti su cui basare la nostra ricerca di informazioni. 

Variabili come sesso, genere e orientamento sessuale o relazionale sono generalmente pensate come attributi binari. Inoltre, tendiamo a percepire queste variabili come immutabili, come insiemi di norme, ruoli e interessi che sono indicatori di cosa sarà e come si comporterà un individuo che possiede una di queste caratteristiche, tale meccanismo spinge fortemente verso l’essenzializzazione di quella caratteristica.

L’utilizzo del termine Queer serve quindi anche a racchiudere sotto lo stesso cappello una serie vastissima di diversità che afferiscono ad ambiti diversi della vita delle persone, che altrimenti finirebbero appiattite sotto il peso dello stereotipo.

Letture consigliate

  • Vaid-Menon, A. (2020). Beyond the gender binary. New York: Penguin Workshop.
  • Barker, M. J. & Iantaffi A. (2019). Life isn’t binary: on being both, beyond, and in-between. Jessica Kingsley Publishers.

Bibliografia 

  • Butler, Judith (1993a). Bodies That Matter: On the Discursive Limits of ‘Sex’, New York: Routledge.
  • Jagose, A., & Genschel, C. (1996). Queer theory (p. 47). Melbourne: Melbourne University Press.
  • Morandini, J. S., Blaszcynski, A., & Dar-Nimrod, I. (2016). Who adopts queer and pansexual identities? The Journal of Sex Research, 54(7), 911–922.
  • Pustianaz, M. (2004). Studi queer. Cometa, Michele, Dizionario degli studi culturali, 441-448.
  • West, C., & Zimmerman, D. H. (1987). Doing gender. Gender & society, 1(2), 125-151.
  • Watson, K. (2005). Queer theory. Group analysis, 38(1), 67-81.

Oltre il binario: le definizioni dell’identità sessuale 

Per parlare in modo efficace della comunità LGBTQIAPK+ è fondamentale parlare di identità sessuale. È importante partire quindi dalle basi, definendo con precisione le dimensioni fondamentali per entrare con consapevolezza nel meraviglioso mondo delle Gender, Sexuality, Relationship Diversities. 

L’identità sessuale è una componente dell’identità di ogni essere umano. In letteratura è stata descritta come un costrutto multidimensionale composto da sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale. 

L’identità sessuale emerge dalla complessa interazione tra fattori biologici, psicologici, sociali e culturali. Essa è fluida, ovvero può cambiare nel corso della nostra vita, e può essere o meno in linea con il nostro sesso biologico, il nostro comportamento sessuale o il nostro orientamento sessuale effettivo.

Il sesso biologico come spettro

Quando parliamo di sesso biologico, solitamente pensiamo ai maschi e alla femmine. In realtà la situazione è più complessa.

A livello scientifico il sesso biologico si riferisce alle differenze fisiche tra individui maschi, femmine o intersessuali ed è definito da almeno dieci diversi marcatori biologici, come ad esempio cromosomi, gonadi,espressione genica, tipi e livelli di secrezione ormonale, ecc.

Il sesso biologico viene considerato uno spettro, ovvero una dimensione continua in cui maschi e femmine non sono divisi arbitrariamente in due categorie separate e indipendenti. Nello specifico il sesso biologico presenta quella che in statistica viene definita una distribuzione bimodale, ovvero la maggior parte delle persone ha caratteristiche sessuali esclusivamente maschili o esclusivamente femminili. A queste si aggiungono persone che si trovano al centro dello spettro, tra il sesso maschile e il sesso femminile. 

Rappresentazione grafica della distribuzione bimodale del sesso biologico in cui si evidenzia lo spazio esistente tra maschile e femminile e rappresentazione di una distribuzione binaria - errata - in cui non esiste lo spazio tra maschile e femminile e quindi non viene considerata l'intersessualità
La distribuzione bimodale comprende l’intersessualità nello spettro di sesso biologico. Il modello binario non è realmente rappresentativo della diversità sessuale umana. 

L’interesessualità è il termine ombrello usato per identificare tutte quelle persone che si trovano al centro dello spettro del sesso biologico e presentano caratteristiche sessuali che non sono esclusivamente maschili o femminili. Esistono molte forme di intersessualità, alcune di queste sono immediatamente visibili, ad esempio a causa di genitali non conformi, altre emergono solo con esami clinici specifici.

Nonostante queste evidenze, ancora oggi a livello culturale spesso si tende a considerare il sesso umano come una dimensione esclusivamente binaria composta da due gruppi differenti e separati tra loro: maschi e femmine. 

Generalmente il sesso viene assegnato alla nascita sulla base di poche caratteristiche fisiologiche, in particolare l’osservazione dei genitali e – in alcuni casi – la composizione cromosomica. Questa modalità di assegnazione può risultare parzialmente errata, se non del tutto, e reiterare un forzato binarismo sessuale in cui le persone intersessuali rischiano di subire medicalizzazioni atte a correggere ciò che culturalmente viene considerato non conforme, cioè “fuori norma”.

Quando viene assegnato  il sesso a una persona appena nata si sta anche – più o meno consapevolmente – contribuendo a costruire le aspettative su come quella persona dovrà essere e comportarsi in base al suo essere femmina o maschio, in altre parole le stiamo assegnando un genere.

Il genere: definizione, identità ed espressione

Il genere viene definito come un costrutto bio-psico-sociale in cui le diverse componenti hanno una relazione e un’interazione complessa.

Le componenti biologiche si riferiscono in particolare al funzionamento cerebrale e ormonale. Le componenti psicologiche si riferiscono a come percepiamo e sperimentiamo  il nostro genere, ovvero alla cosiddetta  identità di genere. Le componenti sociali riguardano il modo in cui percepiamo il genere a livello sociale attraverso norme, ruoli ed espressioni nelle diverse culture e nei diversi periodi storici.

Anche il  genere può essere concettualizzato, come il sesso biologico in termini di spettro e fluidità. Nel mondo esistono sia culture che considerano il genere come binario –  esistono solo uomini e donne –, sia culture che contemplano l’esistenza di più generi oltre al maschile e al femminile. 

A differenza di quanto si pensi, il genere e il sesso biologico sono due cose diverse, e non sempre coincidono. A livello culturale infatti le differenze biologiche tra i sessi sono percepite come fortemente corrispondenti a differenze di genere profonde e immutabili: ad esempio se una persona è femmina, allora è donna e sarà gentile e accogliente. Questa corrispondenza forzata viene definita in letteratura come essenzialismo psicologico e ciò comporta una percezione di genere basata unicamente sulle differenze biologiche tra maschi e femmine.

Il genere però non necessariamente corrisponde al sesso biologico della persona. Ad  esempio esistono persone assegnate “femmine” alla nascita che si riconoscono nel genere maschile o viceversa. Esistono anche persone non binarie, che non si riconoscono in nessun genere, che si riconoscono in una combinazione dei due generi, che si riconoscono in un terzo genere o in più generi.

L’identità di genere riguarda la consapevolezza intima e profonda del nostro genere, si riferisce alla percezione che abbiamo di noi stessЗ e a quanto ci sentiamo allineatЗ o meno con le caratteristiche dei diversi generi. 

L’espressione di genere invece riguarda il modo in cui presentiamo il nostro genere al mondo, ad esempio attraverso la nostra immagine estetica, i vestiti, gli atteggiamenti e molto altro. In altre parole, l’espressione di genere è parte della nostra immagine sociale e di come quest’ultima viene percepita dallЗ altrЗ in base alle norme di genere.

Non sempre abbiamo la possibilità o il desiderio di esprimere liberamente il nostro genere, ad esempio potremmo trovarci in contesti in cui non ci sentiamo sicurЗ di essere accettatЗ. Esprimere o meno l’identità di genere non impatta sulla legittimità della propria identità di genere. 

Ruoli di genere: il proprio posto nella società

Il ruolo sociale è l’insieme dei modelli di comportamento attesi, degli obblighi e delle aspettative che convergono su una persona che ricopre una determinata posizione sociale.

In una società in cui è forte e dominante il concetto di binarismo, i ruoli di genere sono i ruoli che uomini e donne dovrebbero occupare in base al loro sesso assegnato alla nascita.

I ruoli di genere sono il prodotto delle interazioni tra le persone e il loro ambiente e forniscono le indicazioni su quale sia il tipo di comportamento appropriato a seconda della propria appartenenza di genere. 

Crescendo impariamo a mettere in atto le aspettative richieste dal ruolo di genere corrispondente al genere che ci è stato assegnato. Ad esempio, il ruolo maschile prevede coraggio e intraprendenza, quindi le persone assegnate maschi alla nascita vengono incentivate affinchè diventino coraggiose e intraprendenti. Col tempo la maggior parte delle persone tendono ad adottare i tratti associati al loro genere e iniziano così a identificarsi in essi. 

Tra le varie aspettative associate al genere a livello culturale ci sono anche quelle che riguardano l’attrazione. In generale si dà per scontato che le persone siano per la maggior parte eterosessuali. L’orientamento affettivo però – come vedremo nel prossimo paragrafo – è una dimensione indipendente dal genere.

Orientamento affettivo: chi ci attrae e perchè.

L’orientamento affettivo indica verso quale genere o generi è indirizzata l’attrazione ed è il risultato dell’interazione di fattori biologici, genetici, ambientali e culturali. Anche l’orientamento affettivo è considerato una dimensione fluida e potenzialmente modificabile nel tempo.

Per attrazione si intende una forma di desiderio sperimentato nei confronti di un’altra persona, caratterizzato da un forte coinvolgimento fisico ed emotivo.

Esistono diversi tipi di attrazione: romantica, sensuale, sessuale, estetica e platonica. Ognunǝ di noi può provare nessuna, alcune o tutte le forme di attrazione nei confronti di nessuno, uno o più generi.

Parlare solo di orientamento sessuale è limitante in quanto le persone possono provare diversi tipi di attrazione nei confronti di diversi generi. Esistono ad esempio persone asessuali, che quindi non provano attrazione sessuale nei confronti di altre persone, e biromantiche, che quindi provano attrazione romantica nei confronti di persone di più generi. Esistono anche persone bisessuali, che quindi provano attrazione sessuale per persone di più generi, e omoromantiche, che quindi provano attrazione romantica solo per persone del loro stesso genere. Le combinazioni possono essere infinite.

La relazione tra le componenti dell’identità sessuale

L’identità di genere, l’espressione di genere, il sesso biologico e l’orientamento affettivo sono dimensioni indipendenti, ovvero non sono collegate tra di loro. 

L’orientamento affettivo delle persone non determina la loro espressione o il loro ruolo di genere, la loro espressione di genere non è determinata dalla loro identità di genere e la loro identità di genere non è determinata dal loro sesso biologico e così via. 

Tutte le dimensioni dell’identità sessuale possono influenzarsi, ma nessuna di queste ne determina altre.

Conoscere le componenti dell’identità sessuale e la loro reciproca interazione ci permette di comprendere meglio noi stessЗ e le altre persone, in particolare tuttЗ coloro che appartengono alla comunità LGBTQIAPK+. La consapevolezza è il primo  – fondamentale  – passo per ridurre i pregiudizi ed essere inclusivЗ.

Bibliografia

  • West, C., & Zimmerman, D. H. (1987). Doing gender. Gender & society, 1(2), 125-151.
  • Rudman, L. A., & Glick, P. (2021). The social psychology of gender: How power and intimacy shape gender relations. Guilford Publications.
  • Barker, M. J., & Iantaffi, A., (2019). Life ins’t binary: on being both, beyond, and in-between. Jessica Kingsley Publisher.

Per approfondimenti

Foto in copertina di Sharon McCutcheon su Unsplash

Perché scriviamo inclusivo.

Quello che segue è un tentativo di spiegazione sul perché sia necessario l’uso di un linguaggio inclusivo e sul perché noi – professionistз della salute mentale, divulgatorз, formatorз e articolistз – riteniamo sia doveroso applicarlo alla nostra attività – dal singolo articolo al colloquio psicologico.

L’intento è quello di dare delle risposte a domande che riteniamo possano emergere sia per critica sia per semplice curiosità, nella speranza che il contenuto possa anticipare o rispondere a questi legittimi bisogni.

·        Perché abbiamo scelto un linguaggio inclusivo?

Asterisco è nata con il desiderio di creare un ponte tra la ricerca scientifica nel campo delle diseguaglianze e dell’inclusività e la vita di tutti i giorni. Qualsiasi intervento Asterisco metta in atto ha una portata sociale. Il nostro focus è quello di creare un terreno condiviso in cui nessunə debba sentirsi esclusə, dalla formazione nelle scuole alle dirette su Instagram. Anche la lettura può essere un veicolo di esclusione. Ecco perché abbiamo deciso di rendere tutte le informazioni che veicoliamo (sia scritte sia parlate) il più accessibili possibile. Per questo abbiamo scelto di scrivere i nostri articoli rinunciando alla grammatica di genere.

·        Cos’è la grammatica di genere?

La grammatica di genere consiste nell’utilizzo, all’interno di una lingua, di nomi e declinazioni che hanno un’assegnazione di genere maschile o femminile. Con “assegnazione di genere” intendiamo tutte quelle forme grammaticali (come aggettivi, pronomi, articoli determinativi e indeterminativi) che riflettono il genere di un individuo in questione. È una grammatica tipica delle lingue latine come quella italiana. Numerosi studi nel corso degli anni hanno dimostrato come nei paesi in cui la lingua è particolarmente genderizzata sia minore l’uguaglianza di genere. Questo perché il modo in cui esprimiamo la nostra lingua riflette il modo in cui pensiamo e vediamo il mondo.

·        In italiano abbiamo il maschile plurale che vale per tutti i generi. Perché non vi accontentate di quello?

La nostra è una scelta che parte dalla consapevolezza che ogni nostra produzione (dall’articolo al colloquio psicologico) ha un impatto sociale. Questo impatto sociale per noi implica una grande responsabilità che accogliamo a pieno come professionistз.

Il maschile plurale non è sufficiente affinché l’effetto della grammatica di genere scompaia. Anzi, potremmo dire l’esatto contrario.

·        Cos’è il linguaggio genderless?

Il linguaggio genderless potremmo tradurlo come linguaggio senza-genere, ovvero che non ha riferimenti al genere degli individui a cui sono riferiti nomi, aggettivi e altre declinazioni. Chiaramente è un problema applicarla alla lingua italiana ed è il motivo per cui la ricerca in questo campo è molto attiva. Noi vogliamo essere parte di questa ricerca e abbiamo scelto di sperimentare l’utilizzo della schwa (sostituendo le declinazioni maschili e femminili con “ə” al singolare e “з” al plurale) .

·        Perché abbiamo scelto proprio la schwa?

La scelta su quale soluzione adottare non è stata semplice. Inizialmente avevamo adottato l’asterisco (da qui deriva anche il nome della nostra associazione), ma in tempi recenti abbiamo optato per questa nuova alternativa. Siamo consapevolз dei limiti di questa scelta, ma siamo estremamente ricettivз al cambiamento in questo campo. Qualora si presentasse una soluzione migliore della schwa la adotteremo ponderandone i pro e i contro.

·        Come devo leggere la schwa negli articoli?

La lettura è libera ed è uno dei grandi vantaggi della grammatica genderless. Chiunque può leggere le declinazioni con la schwa come vuole. A differenza del parlato, la lettura – che sia a mente o ad alta voce – permette una certa libertà di interpretazione. Nulla toglie che chi legge possa decidere di usare la declinazione maschile plurale. Il nostro consiglio è di approfittare della lettura dei nostri articoli per familiarizzare con la sonorità della schwa, che attualmente è percepita ancora come una nota stonata nella melodia che è la nostra lingua. Noi siamo convintз che sia solo l’effetto di un’abitudine che ancora non abbiamo fatto nostra.

·        Chi siete voi per cambiare la lingua italiana?

Può sembrare una frase fatta, ma la lingua italiana si è modificata nel corso dei secoli. L’italiano che parliamo oggi è ben diverso da quello parlato durante l’Impero Romano o quello dopo l’introduzione del volgare dantesco. Dante, così come tantз altrз autorз della letteratura hanno cambiato la lingua – attraverso nuove sonorità, neologismi o addirittura nuove regole grammaticali – in funzione di un bisogno espressivo. Noi non vogliamo assolutamente sostituire o paragonarci allз grandз autorз che hanno definito e plasmato l’identità del nostro amato Paese, ma vogliamo prenderci la briga di esprimere il nostro bisogno di inclusione, dove nessunə è esclusə, a cominciare dal modo in cui veicoliamo questa inclusione.

·        Ma chi se ne frega! Siamo tuttз uguali!

Se fossimo veramente tuttз uguali avremmo tuttз lo stesso accesso alle risorse sanitarie e scolastiche. Nessunə direbbe mai che quest’anno non può permettersi di andare in vacanza. Nessunə soffrirebbe d’ansia o di depressione. Tuttз vedremmo il nostro corpo in maniera accettabile. Nessunə avrebbe delle preferenze di acquisto. Tuttз voteremmo lo stesso partito.

Non siamo tuttз uguali. Ci sono persone che hanno dei redditi superiori ad altre. Ci sono persone che hanno opportunità di lavoro migliori di altre. Ci sono persone che hanno la possibilità di guarire in maniera più efficace ed efficiente di altre. Ci sono persone che appartengono a uno o più gruppi sociali che sono più fortunati/avvantaggiati di altri. Chi fa parte di gruppi socialmente svantaggiati – i cosiddetti gruppi minoritari – deve subire ogni giorno il peso della propria appartenenza, soprattutto se quest’ultima non è modificabile. L’appartenenza a gruppi svantaggiati ha il potere di diventare un marchio indelebile sulle persone che non si vedono riconosciute o che vengono discriminate – apertamente o meno.

Il linguaggio genderizzato ha il potere di incrementare la forza di quel marchio indelebile. Un linguaggio genderizzato costituisce un debito da cui è difficile uscire, così come la persona che ha un reddito basso difficilmente riesce a uscire da un circolo in cui è costretta a chiedere dei prestiti per sopravvivere. Noi vogliamo limitare il più possibile questo debito sociale. Vogliamo rendere più leggero il peso dell’appartenenza e vogliamo che davvero tuttз possano usare uguale energia mentale per usufruire dei nostri contenuti.

Noi non vogliamo renderci responsabilз nell’alimentare queste differenze. Siamo consapevolз della fatica di chi appartiene a questi gruppi. Moltз dellз socз e dellз articolistз di Asterisco appartengono a uno o più di questi gruppi. Il minimo che possiamo fare è intervenire affinché tutto questo possa essere circoscritto il più possibile, al limite delle nostre capacità.

·        La schwa non è valida perché non include le persone dislessiche o disgrafiche e non vedenti o ipovedenti.

Utilizzare la schwa ha necessariamente dei limiti. Le persone dislessiche e disgrafiche – cioè che hanno difficoltà nella lettura e scrittura e quindi nel riconoscimento specifico di alcune lettere – si troverebbero in difficoltà nel distinguere “ə” da una “e” o “з” da un tre. Le stesse difficoltà però vengono riscontrate nella distinzione tra “p” e “q” o tra “b” e “d”. Ciò non è mai stato sufficiente per determinare l’eliminazione di queste consonanti dall’alfabeto italiano.

Anche le persone ipovedenti o non vedenti potrebbero trovare delle difficoltà nell’uso di strumenti di lettura automatica. È un limite che riguarda primariamente l’aspetto tecnologico. Per questo speriamo che la ricerca nel campo della lettura automatica possa presto trasformare questo attuale limite in una risorsa futura.

·        Questa scelta linguistica non rischia di diventare una barriera per qualcunə?

L’utilizzo della schwa o di qualsiasi altra soluzione inclusiva ha il rischio di non essere conosciuta o condivisa da tuttз con la possibilità di apparire altezzoso o classista. La nostra è una scelta ponderata sulla consapevolezza che alcunз possano essere allontanatз a priori dalla fruizione dei nostri articoli. La speranza di Asterisco è di riuscire a raggiungere tuttз utilizzando canali diversi e trovando – di volta in volta – il modo più inclusivo possibile per dialogare con le persone avvicinandole, dove possibile, all’importanza di un linguaggio attento all’impatto e al peso che questi hanno sull’appartenenza a gruppi minoritari.

Bibliografia:

  • Jost, J. T., & Banaji, M. R. (1994). The role of stereotyping in system‐justification and the production of false consciousness. British journal of social psychology, 33(1), 1-27.
  • Prewitt-Freilino, J. L., Caswell, T. A., & Laakso, E. K. (2012). The gendering of language: A comparison of gender equality in countries with gendered, natural gender, and genderless languages. Sex roles, 66(3), 268-281.
  • Rudman, L. A., & Phelan, J. E. (2010). The effect of priming gender roles on women’s implicit gender beliefs and career aspirations. Social psychology.
  • Mullainathan, S., & Shafir, E. (2014). Scarcity: The true cost of not having enough. Penguin books.

Per approfondimenti: